Robert Wyatt



album in pagina

-
Dondestan
- Shleep
- The Animals Film
-
Old Rotten Hat
-
Nothing Can Stop Us
- The End Of An Ear
- Rock Bottom
- Cuckooland
- Ruth Is Stranger Than Richard




collabora in:

- V
  (AAVV)

- Banana Moon
- Live 1963

  (Daevid Allen)

- Banana Moor
- Joy Of A Toy
- Shooting At The Moon
- Whatever She Brings We Sing

  (Kevin Ayers)

- Medùlla
  (Bjork)

- Septober Energy
  (Centipede)

- Another Day On Earth
- Music For Airport
- Taking Tiger Mountain

  (Brian Eno)

- Smiling And Waving
  (Anja Garbarek)


- Hatfield and The North
  (Hatfield and The North)

- Concerts
- The Last Nightingale

  (Henry Cow)

- Hide And Seek
- Review
- Silence
- The School Of Understanding

  (Michael Mantler)


- Diamond Head
  (Phil Manzanera)

- Little Red Record
- Matching Mole

  (Matching Mole)

- Letters Home
- Sirens And Silences

  (News From Babel)

- Songs From Before
  (Max Richter)


- Beauty
  (Ryuichi Sakamoto)

- Breda Reactor
- First Album
- Fourth Album
- Jet Propelled
- Second Album
- Third
- Volume Two

  (Soft Machine)

- Voice And Instruments
  (J. Steele/J. Cage)



Un apprendista dentista di Canterbury, attratto in ugual misura dal free di Cecil Taylor, il bop di Charlie Parker, l'elettronica ed i pot-head pixies dell'amico Daevid Allen, suo compagno di viaggio nei Wild Flowers prima e nei Soft Machine poi, bande di hobbit alla ricerca di qualcosa.

Why are we sleeping? ci chiedeva già Robert Wyatt in tempi lontani, dai solchi di un album inciso per caso negli States, dopo una serie di concerti come spalla di un promettente chitarrista di colore: Jimi Hendrix; e già allora c'era qualcosa che ti entrava dentro, forse l'esile roca, quasi femminea voce ed i suoi scarni messaggi a doppio senso, <<Save yourself>>, forse la certezza del mondo bacato e fiabesco nascosto dietro le più sottili sfumature del suono.

Wyatt riuscirà a cantare l'alfabeto, poco più tardi, nelle terre "psichedeliche" e dissacranti di
Volume Two, tra una citazione dada ed un'esplicita confessione della propria totale incapacità di sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda della vita ufficiale, del radicalismo a tutti i costi: un collage provocatorio ma lucidissimo che è la foto di un'era, l'autodistruzione finale che prelude a tempi terribilmente più costruttivi.

Per esplodere:
Moon In June su Third dei Soft Machine, un piccolo grande miracolo che chiunque ricorda come il momento più lirico della pur lunga storia del gruppo, e che rappresenta in assoluto uno dei più fascinosi esempi di pop: perchè la sua realtà è la nostra, è il nodo alla gola di chi sente vivere dentro di sè un mondo troppo complesso, troppo profondo per poter essere espresso con strumenti comuni... ma che sa trovare l'estasi, la gioia, la disperazione nelle cose più semplici e più ignorate, una dimensione umana che dietro l'angolo della paranoia. Un'operazione tesa a scavare impietosamente nella mente di chi ascolta, giocando con irritante naturalezza sulla ricettività di ogni senso. E tutto questo per un solo istante di smarrimento o di consapevolezza, un ricordo ancestrale ed un dolore di oggi.

Chi è dunque questo personaggio enigmatico (?) e sfuggente, semplice ma labirintico, che tutti hanno sentito nominare ma che pochi conoscono davvero, lo stesso che rifiutava l'invo-incombenti sul suo vecchio gruppo rifugiandosi in opere stupefacenti come
The End Of An Ear? Che riusciva a portare un calore quasi mediterraneo nella sua poesia, che si proclamava ispirato da Alice Nel Paese Delle Meraviglie e che rifiutava di parlare del suo passato, sempre teso alla ricerca dell'attimo, del presente? The End Of An Ear, si diceva, è la chiave essenziale per penetrare il suo mondo: sogni che il Melody Maker ha pensato bene ignorare, e che non possono certo essere venduti a peso, o funzionalizzati alla ricerca del "migliore" di un referendum straccione. Sono i tempi in cui imperversava un Ginger Baker, e ci si può anche dimenticare di chi cerca nuove dimensioni in ogni singolo momento della propria espressione: ma il disco non lascia certo il tempo di perdersi in quisquiglie tecniche, di osservare la raffinatezza e la pulizia del gioco strumentale di Wyatt. Perchè l'impatto avviene a mille livelli, tutti egualmente significativi ed importanti: e l'elemento che lega e coordina ogni grido, intuizione, l'immagine sfugge ad ogni classificazione di comodo. Da una parte il recupero di alcuni temi, o meglio non-temi, di derivazione jazzistica, alla ricerca di una libertà assoluta da qualsiasi schematismo e limitazione: il pensiero come unica forza motrice, e pochi scarni strumenti as esplorare in assoluta autonomia il proprio mondo, senza mai scontrarsi o castrarsi a vicenda, ma conservando una perfetta coordinazione ed unità di fondo. Dall'altra musica che vive ogni singolo particolare con incredibile attenzione, ma che non perde mai di vista i propri scopi: un messaggio importante ripetuto in mille forme ma sostanzialmente semplicissimo. Dove l'ascoltatore diviene finalmente il punto di partenza, e non il terminale del suono, abbandonando la propria "storica" passività: dove gli stimoli al ribaltamento di ogni assioma formale si fanno violentissimi, ed ogni stantia formula schiava della musica-consumo muore di morte naturale.

Interpretiamo come deliri brani come
Las Vegas Tango, se vogliamo: ma a ben vedere c'è tutta una limpida chiarezza di intenti dietro alle morbide-magiche acrobazie del suono, capace di mirare seriamente la cultura mistificante su cui lo show-businnes ha fondato la sua opprimente potenza. Oltre i livelli della nostra percezione! ci ammonisce Robert Wyatt: non è sempre tempo di "good vibrations", e questo è il momento buono per un radicale rinnovamento. Il simbolico orecchio del titolo, sembra sogghignare il nostro, in realtà non ha fine: a meno che noi stessi non vogliamo porre limiti precisi - culturali, sensoriali ed emotivi - alla capacità di ascoltare, di comunicare, di esprimere. Un segnale di fumo che troppi sono impreparati a ricevere, e che cade tristemente nel vuoto: certo, non è semplice nè comodo accettare di rimettere in discussione ogni cosa, e miriadi di Ten Years After e di Simon & Garfunkel sorridono alle pagine dei giornaletti... Ma il seme è stato gettato: ed anche se il successo commerciale resterà sempre un sogno lontano, la figura del musicista ne resterà comunque profondamente influenzata. Wyatt lascia i Soft Machine, prigionieri del gelido Dean, e tenta un'avventura davvero sua con i compagni di sempre: Phil Miller, David Sinclair e altri ed il gruppo si chiamerà Matching Mole: ma le strade battute saranno ben lontane da quelle predilette da Ratledge.

Fin dal primo album: che forse non è un capolavoro come
The End Of An Ear, ma che tentadi continuare il discorso Moon In June con un'ancora più vasta scelta di toni e colori, ritornando nello stesso tempo ad una maggiore linearità. Pochi momenti sperimentali, molte atmosfere delicate e dolcissime, da Caroline, un vecchio motivo d'amore scritto a quattordici anni, a Signed Courtain: e stupende armonie vocali ad accavvallarsi e a dissolversi, trascinando irresistibilmente ogni fibra del corpo in meandri tutti da scoprire. Wyatt mostra di essere, oltre che un musicista poliedrico e completo, un abile alchimista del suono: le note del suo mellotron godono di una fluidità incantevole, e la successione delle atmosfere riesce sempre viva, accattivante, convincente.
L'organo di Sinclair, il suo caratteristico timbro "sporco" e leggero a cadenzare ogni situazione, nebbie impalpabili e frasi appena sussurrate, o la chitarra perennemente distorta di Miller... ogni elemento concorre con invidiabile semplicità alla concretizzazione di ogni spunto: l'improvvisazione diviene automaticamente l'unica vera direttrice, ed il respiro di chi suona entra in sincronia con la creazione stessa. un lavoro, un'altra gemma: ma anche qui l'aggancio con il grosso pubblico non riesce: "il sound manca di spettacolarità", e così le figure dei musicisti: i Bowie ed i Cooper covano nell'ombra, e troppe persone hanno perso gusto e sensibilità nel frastuono dei decibel in eccesso, nelle melensaggini senza cuore dei Tops of the Pops.

Quando esce
Little Red Record (e la copertina, con i musicsti vestiti da Guardie Rosse a sventolare il libretto, è l'ultima amara stilettata per chi vive di miti ed icone, di schemi e solo schemi) la terra è già bruciata: sarà il colpo di grazia per tutte le illusioni residue.

Dave McRee, più jazzistico, etereo e metallico di Sinclair, è il nuovo pianista: il suono sembra ritornare sulle strade più complesse dei migliori Soft Machine, pur conservando i suoi caratteristici elementi fantastici e visionari. C'è una nuova ansia di ricerca, in ogni caso: la comprensione della necessità di un'espressione dinamica si traduce in una continua tensione verso una nota, un'idea diversa e più significativa, e nemmeno la produzione di Fripp riesce a frustrare la felicità "anarcoide" di momenti come
Gloria Gloom o Righteous Rumba. I Matching Mole afferrano la sostanza più densa del tuo corpo e la fanno vibrare, in una molteplice serie di combinazioni sonore che riescono sempre ad entrare in intimo rapporto con la sensibilità di chi ascolta; un magma strumentale ipnotico, straordinariamente immaginifico ed "in sintonia", destinato ancora una volta a coinvolgere nella perfezione di ogni sfumatura.

Ma è la fine, decretano i mostruosi conformismi dei media, troppo occupati ad inseguire burattini rigurgitanti lustrini: la fiaba finisce all'incontrario, abbandonando i supi protagonisti senza gloria nè denaro, nè fama, nè soddisfazione. McRee sceglie i Nucleus, Miller torna con i vecchi amici di Canterbury negli Hatfield and the North; Wyatt ha la magra consolazione di vedere pubblicato
New Violin Summit, con la sua esibizione al festival di Berlino nel '71, e di essere per questo riconosciuto come uno dei "più brillanti batteristi europei".

Il resto è cronaca. Nel giugno 197, durante un party, Robert Wyatt vola da una finestra al quarto piano. La prognosi è riservata e la cartella clinica parla di una paurosa serie di fratture: il musicista vivrà ma le sue gambe resteranno per sempre paralizzate. Un dramma che si consuma in silenzio, solo poche righe della "stampa specializzata" - l'uomo non fa notizia -, la costernazione degli amici di sempre, il lavoro dei nuovi Matching Mole (Bill McCormick, Francis Monkman, Gary Windo) stroncato sul nascere.

Dopo dieci anni di attività Robert Wyatt si ritrova con cinque sterline in banca e la prospettiva di una lunghissima convalescenza. Quattro mesi dopo l'incidente, Soft Machine e Pink Floyd - già compagni di stenti in notti londinesi del '67, l'UFO e i primi sussulti di pop - si esibiscono devolvendo l'intero incasso al musicista, mentre si aprono altre sottoscrizioni. Vengono raccolte diecimila sterline: Wyatt annuncia la sua intenzione di continuare, anche solo come cantante o tastierista. D'altronte - si riflette - è un vero pluristrumentista: suonava la chitarra con Allen in
Banana Moon, il basso, perfino la tromba in un trio parigino di tanto tempo fa, accanto a Daevid Allen ed al piano di Terry Riley: una formazione boogie woogie, proprio così. E poi lo abbiamo ritrovato in un mattino di maggio, una foto sull'album degli Hatfield and the North che ce lo presenta distrutto, inchiodato ad una sedia a rotelle, ma ancora la sua inconfondibile voce per pochi istanti, e già centinaia di mondi si aprono...

Continuare. Robert Wyatt ci ha regalato l'incanto del momento e la complessità del pensiero, abbandonando i paurosi e gli imitatori sulle comode strade del "rock-jazz" o di qualsiasi altro discorso troppo semplice; è divenuto una paria della scena inglese per trovare una conoscenza illimitata - e le sue opere sono fonti inesauribili di spunti ed idee, il passato ed il futuro... -, con una determinazione lontana da ogni calcolo utilitaristico quanto lucida e beata, paga della propria stupenda consapevolezza.

Marco Fumagalli


- Dondestan
(1991) Rough Trade Rough 741 - vinile

1. Costa - 2. The Sight Of The Wind - 3. Worship - 4. Catholic Architecture - 5. Shrinkrapp - 6. Left On Man - 7. Lisp Service - 8. CP Jeebbies - 9. Dondestan

Robert Wyatt solo

Recorded at Chapel Studios, South Thoresby, Linconshire 1991
Engineering by Matt Kemp
Cover by Alfreda Benge

Robert Wyatt è un signore inglese sulla cinquantina. Alla fine degli anni '60 ebbe una discreta notorietà come batterista e cantante dei Soft Machine, definito dai critici musicali dell'epoca gruppo di "pop-jazz". Nel 1974, subito dopo un gravissimo incidente che lo costringe da allora su una sedia a rotelle, Wyatt pubblicò per la neonata Virgin Records, lo splendido album
Rock Bottom.
Da qui l'attività artistica di Wyatt si rallentò molto, in parte a causa del suo handicap, in parte per la sua crescente attività politica all'interno del partito comunista inglese.
Oggi, in un momento sicuramente difficile per questa ideologia, Wyatt pubblica in assoluta solitudine il suo nuovo disco. La sua voce, in parte in "falsetto" e in parte al naturale è eterea ed allo stesso tempo pura e luminosa; il suo modo di suonare la batteria è energico e preciso (sembra quasi incredibile considerato che non può usare la cassa); il piano e le tastiere mai virtuosistici, sono ispirati ed essenziali (da sottolineare le belle e particolari sonorità dei synths, oggi utilizzati più o meno da tutti con suoni banali e scontati).
I brani più interessanti dell'album sono
Costa, The Sight Of The Wind, Catholic Architecture, Worship (con illustre citazione del brano bop Salt Peanuts di Charlie Parker), CP Jeebbies, Left On Man e Dondestan (dove una buffa cantilena e un "drumming" molto vigoroso sono contrapposti a un testo un po' tragico e a dei "pedali" di organo abbastanza inquietanti...); insomma, ho citato otto brani su 10, per cui mi sembra abbastanza evidente che sto parlando di un disco per me molto bello. Perchè recensire proprio questo disco su World Music? Perchè la musica di Wyatt oggi non è nè rock nè jazz, tantomeno potrebbe essere definita canzone d'autore: è solo la musica - molto ispirata e completamente vera - di uno splendido bardo che non vive in Burkin Faso o in Senegal ma nella vecchia Inghileterra.
Pierluigi Castellano da World Music n° 7- gen/feb 1992

- Shleep
(1997) Hanniball hncd 1418 - cd

1. Heaps Of Shleeps 4.56 - 2. The Duchess 4.18 - 3. Maryan 6.11 - 4. Was A Friend 6.09 - 5. Free Will And Testament 4.13 - 6. September The Ninth 6.41 - 7. Alien 6.47 - 8. Out Of Season 2.32 - 9. A Sunday In Madrid 4.41 - 10. Blues In Bob Minor 5.46 - 11. The Whole Point Of No Return 1.25

Musicians:
Robert Wyatt,
Brian Eno, Jamie Johnson, Evan Parker, Philip Catherine, Chucho Merchan, Chikako Sato, Alfreda Benge, Paul Weller, Annie Whitehead, Phil Manzanera, Gary Azzukx

Produced by Robert Wyatt
Recorded at Phil Manzanera's Gallery Studio, Chertsey on autunm and spring 1996 - 97
Engineering by Jamie Johnson
Cover by Alfreda Benge

Comprate questo disco e diffondetelo! Raramente si gioisce per un'uscita discografica. Questa volta è il caso di farlo. Abbiamo tra le mani il miglior disco di jazz dell'anno (per alcuni sarà una provocazione ma è così) e, al tempo stesso, uno dei dieci dischi del decennio.
A sei anni dall'ultimo
Dondestan, Robert Wyatt torna alle radici abbottonate del rock di Rock Bottom, all'elegia sonora sudafricana (la sua tromba è un caldo saluto a Mongezi Feza). I temi, di una forza straordinaria, avvicendano azzeccate partnership: Phil Manzanera dei Roxy Music, Brian Eno, Paul Weller, il chitarrista belga Philip Catherine e il sax libero di Evan Parker.
Questo disco spazza via le diatribe sul buon gusto musicale, sulla genialità (presunta) dei Radiohead. Veemente come l'ira veterotestamentaria, offre la spada a quanti combattono le penose mediocrità discografiche, la loro legge della necessità.
Luca Perini da World Music n° 28 settembre 1997

- The Animals Film
(1982) Rough Trade r 3172 - cd

Robert Wyatt solo

(...) Testimonianze di umanità, di eventi, appunti di note, ricordi ed intense emozioni di un uomo che si sente parte attiva di una collettività che vive drammaticamente il suo tempo. E non fa specie che Wyatt abbia aderito alla richiesta di dare un senso sonoro alle immagini della pellicola The Animals Film, primo film del Animals Liberation Movement, "un comprensivo sguardo alle ingiustizie commesse contro gli animali nella società occidentale". Il film, un contributo di immagini, ed interviste, commenti, su certe atrocità cui sono sottoposti gli animali, più o meno giustificati, motivi di ricerca scientifica.
La sound-track, ventotto minuti e undici secondi di suoni, commenti ritmici, vocalizzi, ideati, scritti ed eseguiti da Robert Wyatt. Nate per commentare delle immagini, queste musiche, seguono una parabola di allucinante lucidità, trovando persino un preciso significato separate dalle immagini. Le forti suggestioni di cui sono portatrici, evocano alla perfezione la dimensione drammatica di un'atrocità patita nel silenzio, di un urlo di dolore di cui tutti, in fondo, siamo a conoscenza.
Ugo Bacci da Rockerilla n° 25 giugno 1982

- Old Rotten Hat
(1985) Rough Trade Rough 69 - vinile

1. Alliance - 2. The United States Of Amnesia - 3. East Timor - 4. Speechless - 5. The Age Of Self - 6. Vandalusia - 7. The British Road - 8. Mass Medium - 9. Gharbzadegi - 10. P.L.A.

Robert Wyatt solo

Cover by Alfreda Benge

Un avvenimento, come possono esserlo solamente i fatti che accadono una volta ogni dieci anni, che occorre accogliere e festeggiare dunque con tutti i necessari riguardi. Come definire altrimenti il primo album di Robert Wyatt dal 1975 a oggi? Dieci nuove canzoni, per chi sa quanto le sue canzoni possono valere, rappresentano un piccolo tesoro da amministrare parsimoniosamente negli anni a venire, così come si fece con quelle di Rock Bottom, il suo più intenso lavoro discografico prima di questo, dal lontano '74 ai giorni nostri.
Ma veniamo al disco nuovo: com'era lecito e auspicabile attendersi dal quarantenne di Bristol,
Old Rotten Hat è qualcosa di molto di più (o molto di meno, se preferite) di un comune disco. Molto di meno, poichè si tratta di una raccolta di pensieri, riflessioni, ideuzze, difficilmente omologabili nel contesto di ciò che abitualmente i dischi "moderni" possono offrire in termini di ricchezza di suoni e raffinatezze tecnologiche. Molto di più, perchè, oltre le melodie (splendide), i ritmi (carezzevoli) e le armonie vocali (ovviamente impareggiabili), Old Rotten Hat propone, e non impone, una sua "visione del mondo", doviziosa di giudizi e opinioni politiche, vivacemente polemica e mai priva di adeguate ragioni.
Wyatt, così, divaga, quasi chiaccherasse con amici e compagni di lotta, occupandosi dell'equivoca libertà di cui si fanno vanto gli Stati Uniti, di patto sociale e dilagante edonismo, razzismo e mass-media. Verboso? Tutt'altro! Ovunque l'ardore militante ben si concilia con l'estro petico ed è musicalmente temperato da quel suo solito, invidiabile buon gusto. (...)
(...) Ciò nonostante, dicevamo, l'enfasi filosofica non interrompe, anzi integra e impreziosisce, il discorso musicale, che muove dal mosaico jazz-minimale-gregoriano della sua metà degli anni '70 evolvendo lungo l'itinerario appena accennato nei solchi dei numerosi 45 giri pubblicati per la Rough Trade.
C'è
The Age Of Self, che nasce da quei ritmi caraibici che Wyatt predilige, ma anche l'ostinata reiterattività della superba British Road, e quindi via via: jazzismo stralunato, ballate pastorali che nico amerebbe cantare, ambizioni d'esperanto armonico (otto minuti di Gharbzadegi se non ci credete...). Una canzone, tenerissima, d'amore è posta in chiusura, dedicata ad Alfie, sua compagna da lunghi anni, autrice come già in passato, della copertina dell'album.
Pochissime altre cose: il disco è stato registrato parte l'altro anno e parte la scorsa estate, Wyatt fa tutto da solo (o così almeno si intuisce dalle spartane note di copertina), c'è qualche ringraziamento, qui e là, uno anche per l'ex-Raincoats Vicky Aspinall. Questo per la cronaca.
Per il resto, l'esortazione a procurarvi
Old Rotten Hat suona a questo punto quasi superflua.
Alberto Campo da Rockerilla n° 64 dicembre 1985

- Nothing Can Stop Us
(1982) Hannibal hncd 1433 - cd

1. Born Again Cretin - 2. At Last I Am Free - 3. Caimanera - 4. Grass - 5. Stalin Wasn't Stalin' - 6. Red Flag - 7. Strange Fruit - 8. Arauco - 9. Trade Union - 10. Stalingrad

Musicians:
Robert Wyatt, Bill McCormick, Harry Becket, Mogotsi Mothle, Frank Roberts, Esmall Shek, Kadir Durvesh

Produced by Robert Wyatt
Cover by Alfreda Benge

Lo scorso anno la Base Records, indipendente e coraggiosa indie bolognese, aveva pubblicato la compilazione dei quattro singoli Rough Trade, editi precedentemente in Inghilterra. L'album ebbe ottime recensioni in vari paesi europei, cosicchè la Rough Trade ha pensato bene di pubblicare su 'Lp i quattro classici 45 giri di Wyatt aggiungendo però altri brani.
Born Again Cretin, già pubblicato sulla notevole cassetta NME/RT 81, e Red Flag, canzone di indubbia estrazione politica.
Il lavoro, anche per un missaggio più completo, risulta più omogeneo in questa edizione, che comprende, tra l'altro, un testo di Hannah Charlton, che spiega diffusamente le ragioni per cui Wyatt ha inciso questa serie di canzoni, dal sapore volutamente politico.
P.C da Buscadero n° 16 maggio 1982

- The End Of An Ear
(1971) CBS 318 46 - vinile

1. Las Vegas Tango (part one) 8.13 - 2. To Mark Everywhere 2.26 - 3. To Saintly Bridget 2.22 - 4. To Oz Alien Daevyd And Gilly 2.09 - 5. To Nick Everyone 9.15 - 6. To Caravan And Brother Jim 5.22 - 7. To The Old World 3.18 - 8. To Carla Marsha And Caroline 2.47 - 9. Las Vegas Tango (part two) 11.07

Musicians:
Robert Wyatt, Nerette Whitehead,
Elton Dean, Mark Charig, David Sinclair

Produced by Robert Wyatt
Engineering by Vic Gamm

Coraggiosa e rivoluzionaria miscela di free jazz e sperimentazione, eseguita con uno spirito trasversale, schemi liberi e aperti, scale indiane, e percussioni di vario tipo, suonate con estro da uno dei più grandi batteristi di tutto il rock.
E' il disco del distacco programmatico dai Soft Machine e dal rock jazz, verso zone di progressive underground/sperimentale. Aiutato da un piccolo gruppo di amici (i fiatisti Elton Dean e Mark Charog, David Sinclair, Neville Whitehead), Wyatt si impegna in un tour de force di libera creatività che lascia un segno profondo nella musica inglese del periodo: quello di Wyatt è uno stile poco accondiscendente, aggressivo nel tentativo di sfondamento del rock, rivoluzionario nell'apertura di nuove strade che dispiegano una libera anarchia compositiva, espressiva, interpretativa.
I brani sono tutte dediche poco canoniche ma affettuose a vecchi amici (Daevid Allen, Caravan), con due libere riletture di Las Vegas Tango, di Gil Evans, che hanno dell'incredibile per intensità e stravolgimento.
Cesare Rizzi da Progressive & Underground, ed. Giunti

- Rock Bottom
(1994) Virgin 8307 - vinile

1. Sea Song - 2. A Last Straw - 3. Little Red Riding Hood Hit The Road - 4. Alifib - 5. Alife - 6. Little Red Robin Hood Hit The Road

Musicians:
Robert Wyatt, Richard Sinclair, Laurie Allan,
Hugh Hopper, Ivor Cutler, Mongezi Feza, Alfreda Benge, Gary Windo, Fred Frith, Mike Oldfield

Produced by Nick Mason
Engineering by Steve Cox
Cover by Alfreda Benge

<<L'incidente è successo così: in ordine vino, whisky, Souther Comfort, poi la finestra>>. E' lo stesso Robert Wyatt che racconta, nella sua magnifica biografia Falsi Movimenti, scritta da Michael King. E continua <<gli altri pensano che io abbia dei problemi a parlare del mio incidente, ma non è così. Semmai ho dei problemi se devo parlare di quello che è accaduto prima dell'incidente. Rock Bottom è oltre, io sono queste cose. Ma il mio io adolscente, il batterista bipede, non lo ricordo e non lo capisco. Faccio fatica a fare i conti con ciò che era prima, è come se la caduta abbia danneggiato la mia mente. Adesso vedo quell'incidente come una netta linea di demarcazione tra la mia adolescenza ed il resto della mia vita>>.
Soft Machine e Matchin Mole sono alle spalle, ed il presente è una sedia a rotelle, e l'amore della moglie Alfreda Benge, che Wyatt sposerà in coincidenza con l'uscita di
Rock Bottom.
Il titolo del disco potrebbe venire tradotto come "fondo roccioso", ma il suo vero significato è "il fondo delle cose".
Il "batterista bipede" non c'è più. Al suo posto, un Wyatt atrocemente libero di concentrarsi sul canto e sulle tastiere crea il suo capolavoro, un miracolo di poesia sonora.
Assistito dalla crema di Canterbury, tra cui Richard Sinclair, Hugh Hopper e Mike Oldfield, e con la produzione del batterista dei Pink Floyd, Nick Mason, Wyatt dipana riflessioni ora assurdamente serene, ora impastate di incubi notturni, ora ironiche, ora simili a ninne nanne per adulti che cercano e temono il sonno.
Sea Song è interamente affidata alle tastiere, col solo accompagnamento del basso di Sinclair e di un ritmo appena accennato su un tamburello; nel brano, la voce di Wyatt pare quasi incorporea, elegiaca, e racconta di attimi fuggenti, relazioni personalissime e da ore piccole in cui tutta la felicità del mondo sembra volersi rifugiare.
In
A Last Straw la batteria cristallina di Laurie Allan ed il basso di Hugh Hopper lasciano fluttuare una melodia acquatica, prenatale, in cui i vocalizzi di Wyatt paiono balbettii infantili; il paesaggio è sottomarino, verde ed azzurro, pieno di misteri che si spengono in una scala pianistica "naif".
Little Red Riding Hood Hit The Road irrompe sulla scena di un "sabba" infernale animato dalle trombe apocalittiche di Mongezi Feza, una corsa a perdifiato dentro la follia, in cui la voce si strozza, vola altissima, cerca di abbracciare il mondo, sommersa dall'incredibilità del reale.
Alifib è il canto d'amore per Alfreda, Alifie, creatura anfibia tra il giorno e la notte, qui accarezzata in una stanchezza impastata di desideri, anzichè di incubi, e piena di dolcezza, tanto che il ritmo è quello di un respiro al posto della batteria. Alife è lenta e terrificante, scandita da un cigolio pauroso per la sua somiglianza con quello che possono produrre le ruote di una carrozzella. Qui non c'è altro se non assurdità, metamorfosi indesiderata, incomprensione assoluta, con il sax tenore di Gary Windo rabiosamente "free" in sottofondo e troppe domande cui rispondere.
Little Robin Hood Hit The Road inizia con un canto declamatorio quasi brechtiano, su cui la chitarra di Mike Oldfiend innesta trame lancinanti, sembra volersi incantare su un verso, ed infine lascia spazio ad un duetto per la viola di Fred Frith e la voce liturgica di Ivor Cutler. (...)
Michele Paparelle da Buscadero N° 179 aprile 1997

- Cuckooland
(2003) Rykodisc hncd 1468 - cd

1. Just A Bit 5.07 - 2. Old Europe 4.16 - 3. Tom Hay's Fox 3.32 - 4. Forest 7.55 - 5. Beware 5.09 - 6. Cuckoo Madame 5.08 - 7. Raining In My Heart 2.42 - 8. Lullaby For Hamza 4.28 - 9. Trickle Down 6.47 - 10. Insensatez 4.29 - 11. Mister E 4.20 - 12. Lullaloop 2.58 - 13. Life Is Sheep 4.14 - 14. Foreign Accents 3.48 - 15. Brian The Fox 5.28 - 16. La Ahada Yalam 4.12

Musicians:
Robert Wyatt, Gilad Atzmon, Annie Whitehead, Tomo Hayakawa, David Gilmour, Yaron Stavi, Alfreda Benge,
Brian Eno, Jamie Johnson, Karen Mantler, Michel Evans, Jennifer Maidman, Phil Manzanera

Recorded at Phil Manzanera's Gallery Studio, London in summer 2002 and spring 2003
Produced by Robert Wyatt and Jamie Johnson
Engineering by Jamie Johnson
Cover by Alfreda Benge

Il bianco uccello di Shleep ha contonuato il suo volo e sei anni dopo è approdato a questa strana terra fantastica, a Cuckooland appunto. Wyatt, lui continua a dormire e a sognare. E' un sonno quieto, felice, non sono più le smanie "alla fine dell'orecchio" o le nervose agitazioni che disturbavano certi dischi degli '80. Il vecchio signore sembra appagato e spande di buon umore il miele delle sue fantasie, senza però mai dimenticare il mondo che ha intorno. Così alcuni quadri di sogno sono nostalgia pura e gioiosa, come Juliette Greco e Miles Davis nella Parigi incantata del 1957 (Old Europe, dedicata a Mike Zwerin); ma in altre scene il colore non è così tenue, così dolce, e si levano allora lunghi spettri che neanche la luce del sogno può placare: la persecuzione dei Rom in Forest, la causa palestinese in Lullaby For Hamza e La Ahada Yalam, Hiroshima e Nagasaki sullo sfondo di Foreign Accents.
Non chiamate questo disco "rock", farebbe sorridere. E' piuttosto un distillato di jazz onirico con molta voglia di raccontare delicatamente in forma di pop, con un paio di covers (Insensatez di Jobim, Raining In My Heart dal repertorio di Buddy Holly) che Wyatt saggiamente chiama "canzoni folk dell'era industriale". Un quadro sfacettato e spezzettato, frammenti anche brevi messi insieme con l'aiuto della moglie Alfreda Benge, del produttore Jamie Johnson e di Karen Mantler, la fascinosa figlia di Micheal e Carla Bley, che ha scritto tre belle canzoni in quella lingua "di famiglia" che tanto ha influenzato Wyatt negli anni (...).
(...) Registrato come la volta scorsa tra gli studi di Phil Manzanera e casa Wyatt a Louth, Cuckooland è disco di liquide tastiere e chitarre sottili, di trombe appassionate (la suona lui in persona)  e morbidi ritmi, on un bel giro di amici a collaborare: Annie Whitehead, Brian Eno, Karen Mantler, Gilad Atzmon, anche Paul Weller e David Gilmour in due apprezzati cameo. Wyatt può andare fiero, anche se questo non scalfirà la sua invincibile modestia understatement: "ormai la mia voce è un borbottio da avvinazzato", mente con un bel sorriso dei suoi, e spiega lo strano buco di 30 secondi a metà album con il che "il Cd è venuto troppo lungo, forse ad un certo punto può venir voglia di una pausa o proprio di cambiar disco".
Riccardo Bertoncelli da Rockerilla n° 278, ottobre 2003

- Ruth Is Stranger Than Richard
(1975) Virgin 8548  - vinile

1. Soup Song
5.00 - 2. Sonia 4.12 - 3. Team Spirit 8.26 - 4. Song For Che 3.36 - 5. Muddy Mouse '50 - 6. Solar Flares 5.35 - 7. Muddy Mouse II '50 - 8. Five Black Notes And One White Note 4.58 - 9. Muddy Mouse III 6.11

Musicians:
Robert Wyatt, Laurie Allan, Nisar Ahmad Khan, Bill MacCormick, Gary Windo, Mongezi Feza, John Greaves,
Brian Eno, Fred Frith

Recorded at the Manor Studio
Produced by Nick Mason
Engineering by Steve Cox
Cover by Alfreda Benge

Soltanto un gradino più sotto di Rock Bottom, sconta senz'altro una certa somiglianza all'ascolto ma anche le pressioni della Virgin, che premeva per dare un seguito e mandare nei negozi un disco che Wyatt considerava non finito. Per tutti comunque è la seconda parte di Rock Bottom: lo stile è quello, la malinconia pure, i musicisti quasi ( ci sono anche Eno, Phil Manzanera, John Greaves). Il repertorio però è più appuntito e meno melodico, con citazioni da Offenbach, la Sonia di Mongezi Feza e Song For Che di Charlie Haden, primo segno dell'imminente conversione politica.
Rispetto al precedente manca quell'aurea di malinconica magia, ci sono brani meno personali e intimistici, più suonati. La cosa comunque non piace alla Virgin, con la quale Wyatt entra subito in attrito e sospende l'attività per molto tempo, scegliendo una vita sempre meno pubblica, più politica (si iscrive al Patito Comunista inglese) e meno artistica. Tornerà in scena nel 1980, sconcertando pubblico e critica con il 45 giri Guantanamela.
Cesare Rizzi da Progressive & Underground, ed. Giunti