Naked City



album in pagina:

- Naked City
-
Torture Garden
- Absinthe



- Naked City
(1990) Elektra/Nonenush 7559-79238 - vinile

1. Batman 1.58 - 2. The Sicilian Club (E. Morricone) 3.27 - 3. You Will Be Shot 1.29 - 4. Latin Quarter 4.06 - 5. A Shot In The Dark (H. Mancini) 3.09 - 6. Reanimation 1.34 - 7. Snagglepus 2.14 - 8. I Want To Live (J. Mandel) 2.08 - 9. Lonely Woman (O. Coleman) 2.38 - 10. Igneous Ejaculation '20 - 11. Blood Buster '13 - 12. Hammerhead '8 - 13. Demon Sanctuary '38 - 14. Obeah Man '17 - 15. Ujaku '27 - 16. Fuck The Facts '11 - 17. Speedball '37 - 18. Chinatown (J. Goodman) 4.23 - 19. Punk China 3.01 - 20. N.Y. Flat Top '43 - 21. Saigon Pickup 4.46 - 22. The James Bond Theme (J. Barry) 3.02 - 23. Inside Straight 4.10

Musicians:
John Zorn, Bill Frisell, Wayne Horowitz, Fred Frith, Joey Baron, Yamatsuka Eye

Produced by John Zorn/Naked City
Engineering by Roger Moutenot

- Torture Garden
(?) Tearache MOSH 28 - vinile

1. Blood Is Thin 1.00 - 2. Demon Sanctuary '38 - 3. Thrash Jazz Assassin '45 - 4. Dead Spot '31 - 5. Bonehead '31 - 6. Speedball '37 - 7. Blood Duster '12 - 8. Pile Driver '33 - 9. Shangkuan Ling-Feng 1.14 - 10. Numbskull '29 - 11. Perfume Of A Critic's Burning Flesh '24 - 12. Jazz Snob Eat Shit '24 - 13. The Prestidigitator '43 - 14. No Reason To Believe '26 - 15. Hellraiser '39 - 16. Torture Garden '35 - 17. Slam '23 - 18. Hammerhead '08 - 19. The Ways Of Pain '31 - 20. The Noose '10 - 21. Sack Of Shit '43 - 22. Blunt Instrument '53 - 23. Osaka Bondage 1.14 - 24. Igeous Ejaculations '20 - 25. Shallow Grave '40 - 26. Ujaku '27 - 27. Kaoru '50 - 28. Dead Dread '45 - 29. Billy Lair '10 - 30. Victims Of Torture '22 - 31. Speedfreaks '29 - 32. New Jersey Scum Swamp '41 - 33. S & M Sniper '14 - 34. Pigfucker '23 - 35. Cairo Chop Shop '22 - 36. Fuck The Facts '11 - 37. Obeah Man '17 - 38. Facelifer '34 - 39. N.Y. Flat Box '43 - 40. Whiplash '19 - 41. The Blade '36 - 42. Gob Of Spit '18

Musicians:
John Zorn, Bill Frisell, Wayne Horowitz, Fred Frith, Joey Baron, Yamatsuka Eye

Produced by John Zorn

Un album a quarantacinque giri di circa trenta minuti, quarantadue brani della durata media abbondantemente inferiore al minuto, otto dei quali già usciti nel precedente lavoro di John Zorn qui di nuovo affiancato da Bill Frisell, Wayne Horvitz, Fred Frith e Joey Baron. Questo in cifre e dati Torture Garden.
Potrebbe sembrare un’opera minore nella variegata produzione del sassofonista di New York, e invece i quarantadue brani qui raccolti fanno il punto sulla passione che John Zorn nutre per l’hard core con un’unitarietà ben maggiore rispetto sia il precedente disco che le esibizioni live. Messe da parte colonne sonore e brani jazz, l’interesse è concentrato sui percorsi brevissimi e sulfurei attraverso i quali dar vita ad un’estetica dell’eccesso infarcita di concettualizzazioni come solo un newyorkese sa fare. Ci sono, è vero, alcuni brani che ripropongono il frullato di generi, l’immaginario sonoro americano, con cambi di musiche, ritmi ed atmosfere ad ogni battuta, ma il corpus di
Torture Garden è costituito dalla perfetta interpretazione di molti pezzi brevissimi di hard core, tutti arrangiati con cronometrica precisione da parte dei cinque virtuosi. Blood Is Thin è il br ano che apre la prima facciata del disco, la “sado-side” (la seconda, non sarebbe neanche il caso di dirlo è la “maso-side), inizia con un pesante riff che fa venire immediatamente in mente la musica di John Bonham e soci.
Il fatto è che un attento ascolto dei quarantadue brani rivela una varietà di evoluzioni attentamente pianificata a tavolino con geometrie contorte, sospensioni temporali, vomitate vocali di John Zorn e della special guest Yamatshuka Eye, deflagrazioni chitarristiche e batteristiche. L’album è corredato da una foto di copertina di un certo Macioce, proveniente dalla collezione di John Zorn e raffigurante una giovane giapponese incatenata ad un infernale macchinario di tortura e da due illustrazioni dell’efferato Maruo Suehiro che già aveva colpito nel precedente Naked City.
Gigi Longo daBuscadero n° 111 febbraio 19991

- Absinthe
(1993) Avant 004 - cd

1. Val de Travers 6.13 - 2. Une Corrispondence 5.04 - 3. La Fèe Vente 5.10 - 4. Fleurs du Mal 4.06 - 5. Artemisia Absinthium 4.30 - 6. Notre Dame de l'Oubli 4.47 - 7. Verlaine: part one 4.23 - 8. Verlaine part two 6.01 - 9. ... Rende Fou 6.03

Musicians:
John Zorn, Bill Frisell, Wayne Horowitz, Fred Frith, Joey Baron

Produced by John Zorn
Recorded at Electric Lady Studios, New York on December 1992
Engineering by Joe Ferla
Cover photos by Lisa Wells

(...) Esattamente il contrario vale per Absinthe, che potrebbe benissimo portare sulla confezione un adesivo che avverta "Attenzione: anche se pensate di essere abituati all'atipico, questo è più atipico di quel che vi aspettate". In effetti, anche dopo il monolitico Leng Tch'e, chi poteva aspettarsi dai Naked City un album di ambient-noise, pressochè privo di suoni di strumenti riconoscibili, a parte alcune chitarre apparentemente molto scordate? Proprio di questa sostanza musicale si tratta, che costituisce quel che sembra dai titoli l'album francese di Zorn (praticamente quello che era stato Saint Of The Pit per Diamanda Galas): citiamo per esempio Fleur Du Mal, Notre Dame De L'Oubli (dedicata a Messiaen) e il dittico Verlaine, la seconda parte del quale era uscita in anteprima su quel Caged/Uncaged di cui altri si occuparono su queste stesse pagine.
L'atmosfera maledetta/decadente evocata dai titoli va a sposarsi con paesaggi sonori di rara desolazione e desuetudine, a tratti adorni di aguzzi e contorti arbusti sonori (come nell'iniziale Val De Travers o nella prima parte di Verlaine, dove addirittura emergono uno sminuzzato pianoforte e voci alterate) ma anche, in altri brani, del tutto monocordi, come l'oscuro e immutabile crepitio della conclusiva ...Rende Fou o il cupo rimbombo di Fleurs Du Mal.
Zorn aveva già atulizzato rumorismi prima ma con la mediazione di un manipolatore/improvvisatore umano, che li "interpretava" come se fossero uno strumento fra gli altri, oppure come elemento integrato in un insieme più ampio sia di orchestrazione che di elementi tematici diversi ( si pensi all'incubo di vetri rotti e le frequenze alte Never Again, che aveva in Kristallnacht un senso drammatico preciso, preceduto e seguito com'era da elementi musicali direttamente legati all'etnicità oppure connessi con  un'esperienza più intima di eventi storici e di memorie ancestrali). Qui, la nozione dell'esplorazione pionieristica di paradisi artificiali e di zone malsane e incognite dell'anima viene resa attraverso un uso esclusivo di loop, campionamenti, frequenze, filtraggi e collage, alla ricerca di una zona sonora tra l'incorporeo e il lutulento.
L'indirizzo del lavoro è indubbiamente nuovo per Zorn e in assoluto abbastanza inedito, non tanto per le tecniche impiegate quanto proprio per la meta espressiva perseguita, che si distingue rispetto alla tradizione industriale-rumoristica per un assetto sonoro personale e per l'usuale accuratezza zorniana della progettazione musicale. (...)
Andrea Landini da Musiche n° 15 primavera 1994